Decreti di Garibaldi


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Sbarcato in Sicilia, Garibaldi cercò di coinvolgere le popolazioni contadine nell’impresa dei Mille per ingrossare le file garibaldine e fare terra bruciata intorno alle retroguardie borboniche.

Assunta il 14 maggio la dittatura "nel nome di Vittorio Emanuele re d'Italia", Garibaldi decretò iI 17 maggio l’abolizione del dazio sul macinato, del dazio di immissione per i cereali, le patate e il legumi, il divieto ai cittadini dei comuni occupati di pagare le tasse al governo borbonico, legittimando di fatto l’insurrezione dei contadini.

Il 2 giugno emanò un altro importante decreto che stabiliva la divisione delle terre demaniali tra le famiglie che non ne possedevano, riservandone una parte ai combattenti della guerra antiborbonica o agli eredi.

Il successo della campagna militare confermò che tali provvedimenti rispondevano a profondi bisogni dei contadini, i quali ritennero fosse arrivato il momento di impadronirsi della terra e di ripristinare gli antichi usi civici. Ma le occupazioni spontanee delle terre, i disordini, le rivolte scoppiate nelle campagne non potevano essere avallati dal governo dittatoriale, perché una rivoluzione sociale avrebbe compromesso l’esito della spedizione e l’obiettivo dell’unificazione nazionale.

Il decreto del 28 maggio stabilì infatti che i reati di furto, di omicidio e di saccheggio sarebbero stati puniti con la pena di morte. La repressione si abbattè sugli insorti di Biancavilla e di Bronte, su quanti avevano attentato alla proprietà privata e all'ordine costituito. Gli alleati di Garibaldi divennero così i proprietari terrieri che preferirono aderire all'unificazione piemontese per salvare la vita e la proprietà.

Nei mesi di agosto e settembre, anche nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie, sull’onda delle vittorie garibaldine, si costituirono comitati liberali antiborbonici e corpi armati volontari. Sbarcato in Calabria, Garibaldi adottò misure analoghe a quelle prese in Sicilia; concesse ai contadini silani il diritto di pascolo e di semina nelle terre demaniali, provvedimento che fu ben accolto dalla popolazione contadina, ma che era in contrasto con gli interessi della borghesia terriera, che infatti ne ridimensionò la portata dopo la partenza di Garibaldi.

Se i contadini siciliani acclamarono Garibaldi come un liberatore credendo che avrebbe donato loro la terra, i contadini continentali si dimostrarorno più fedeli alla dinastia borbonica, che in varie occasioni aveva contrastato le leggi eversive della feudalità e l’acquisizione delle terre demaniali da parte della borghesia. Garibaldi, ma soprattutto i suoi alleati liberali e annessionisti, furono considerati una minaccia per il mantenimento degli antichi diritti sulle terre comuni.

 
ultimo aggiornamento: 19-Gen-2015
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