Codice penale per il Regno d'Italia


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Particolarmente lunga e complessa fu l’elaborazione del Codice penale.

La Toscana, che fra tutti gli Stati preunitari era quello che aveva le leggi più evolute in campo penale, si rifiutò di accogliere sul proprio territorio il Codice penale sardo perché prevedeva la pena di morte, abolita dal proprio Codice.

Anche se fu il più dibattuto, la pena di morte non rappresentò l’unico tema controverso durante i lavori di preparazione. Su diverse questioni (l’opportunità di affiancare al codice penale quello di polizia punitiva, la bipartizione o la tripartizione dei reati, i reati di stampa, etc,) le commissioni che lavoravano alla redazione del testo di legge non riuscirono a lungo a trovare un accordo.

Per ben 29 anni - dal 1861 al 1890, anno in cui entrò in vigore il nuovo Codice penale – permasero sul territorio italiano due diversi codici: quello del Granducato del 1853 nella sola Toscana e quello sardo, con alcune modifiche, del 1859 nel resto del Regno.

Divenuto Zanardelli ministro guardasigilli, i lavori parlamentari ricevettero un forte impulso e infine si pervenne a un disegno di legge che, approvato nel 1888, portò nel 1889 alla promulgazione del nuovo codice, che entrò in vigore nel 1890 e fu considerato uno dei più liberali tra quelli dell’epoca.

Nella Relazione al Re per la presentazione del Codice, Zanardelli dichiarava: “Le leggi devono essere scritte in modo che anche gli uomini di scarsa cultura possano intenderne il significato; e ciò deve dirsi specialmente di un codice penale, il quale concerne un grandissimo numero di cittadini anche nelle classi popolari, ai quali deve essere dato modo di sapere, senza bisogno d'interpreti, ciò che dal codice è vietato”.

 
ultimo aggiornamento: 19-Gen-2015
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