Codice civile del Regno d'Italia


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Il Codice civile del 1865 rappresentò il primo codice del Regno d’Italia e, secondo la tradizione napoleonica, di gran lunga il più importante. Riunificò la materia privatistica in tutto il territorio del Regno, sostituendo le leggi e i codici civili degli Stati preunitari, caratterizzati talvolta da disomogeneità su disparati temi della vita civile, come i diritti civili, il matrimonio, la capacità giuridica della donna, le tutele, la proprietà e i contratti, i diritti della linea maschile e femminile nella successione ereditaria.

L’iter parlamentare fu particolarmente complesso: un primo progetto, presentato dal ministro Cassinis, fu respinto perché ricalcava eccessivamente il Codice Albertino; un secondo progetto, promosso dal ministro Miglietti, fu considerato troppo aderente al Codice napoleonico; il terzo, proposto nel 1863 dal ministro Pisanelli fu accolto e rapidamente approvato in quanto la Convenzione stipulata con la Francia il 15 settembre 1864 e il trasferimento della capitale da Torino a Firenze esigevano che si provvedesse al più presto all’unificazione legislativa: in Toscana vigevano infatti leggi amministrative e un codice penale molto diversi da quelli del resto del Paese e mancava del tutto un codice civile.

L’impianto del Codice del 1865 ricalcò la struttura del codice Napoleone, che durante l’occupazione francese era stato il codice del Regno d’Italia e aveva costituito, dopo la Restaurazione, il modello di molti codici preunitari, come quello albertino del 1838 e quello del Regno delle Due Sicilie del 1819.

Il codice Napoleone, inoltre, pur rappresentando il codice della proprietà, espressione dei valori della borghesia che con la Rivoluzione francese aveva trionfato sull’antico regime, era ricalcato nel suo impianto teorico e giuridico sulla tradizione del diritto romano, rivisitata e attualizzata. Tra il codice Napoleone, i codici preunitari e il Codice del 1865 non si operò quindi alcuna frattura: la cultura giuridica su cui si basava affondava le radici nel diritto romano, ma esprimeva anche gli orientamenti ideali della nuova classe dirigente: il liberalismo economico, l’individualismo borghese, la proprietà intesa come requisito della cittadinanza, dimostrando anche per questo verso che il Risorgimento attuò una rivoluzione nazionale, ma non una rivoluzione sociale.





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ultimo aggiornamento: 09-Mar-2015
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